Un Natale pieno di odio

Oggi festeggio l’anniversario del giorno più bello della mia vita. Sapete, lo scorso 24 dicembre mi trovavo a San Pietro ad aspettare l’arrivo del papa. Schiacciato tra la folla, davanti alle transenne che gli avrebbero consentito il passaggio, attendevo di portare a termine la mia missione. Nel frattempo tutti cantavano.
Dio aprirà una via/ dove sembra non ci sia.
Come opera non so,/ ma una nuova via vedrò.

Una suora, pensando che gli anni di servizio le garantissero un permesso speciale, si spingeva lentamente davanti a una fila di bambini. “Bastardi,” pensavo “tutti a cercare di farsi belli quando sentono il peso degli occhi divini, ma pronti a scannarsi non appena annusano la possibilità di un profitto.”
Dio mi guiderà,/ mi terrà vicino a sé.
Per ogni giorno/ amore e forza/ Lui mi donerà.

Poi eccolo. Era proprio lui, candido e brillante. Scivolava davanti a quegli sguardi adoranti. Salutava, toccava mani, benediceva e… ed eccolo davanti a me. Mi guardò. Lo guardai. E dissi. Gli dissi ciò che da tanto tenevo dentro.
Una via aprirà…

Il dolore arriva dopo un istante. Il cervello comprende prima l’urto, poi le sue parole: “non cercare mia madre!” Ma il suo braccio è ancora teso; è ancora vicino al mio volto. Sorrido. Lo afferro e tiro forte, facendolo cadere giù, rotolando assieme tra la folla. Sono sopra di lui. Inizio a martellarlo di schiaffoni, fino a che non vedo rosso; fino a quando delle mani non mi afferrano, bloccandomi.
Dio aprirà una via/ dove sembra non ci sia.

“Bastardo!” grida qualcuno e già sento un calcio conficcarmisi nelle budella.
Il papa si alza di scatto. Ruba la stampella a un invalido e la schianta sulla faccia di una signora che inveiva contro di me. È un attimo. È come una scintilla su un lago di benzina fumante: la violenza si propaga subito fino al fondo della navata.
Come opera non so,/ ma una nuova via vedrò.

Le guardie svizzere ora sono ormai barricate dietro un muro di panche, proteggendosi dall’attacco dei down. Un negro di due metri lancia uno zingaro contro il tabernacolo gridando: “immigrati di merda.” La polizia viene dispersa a colpi di dildo dall’azione di un gruppo di froci e lesbiche. Io mi ritrovo a massacrare un musulmano a colpi di crocefisso urlando: “il colpo di cristo. Il colpo di cristo, figlio di puttana!”
Dio mi guiderà,/ mi terrà vicino a sé.

Vedo Francesco farsi largo tra la folla. Mi spinge addosso una vecchietta. La stendo con un diretto. Lui mi fa segno e in un attimo rovesciamo l’altare su chi ci stava dietro. Due certosini ci raggiungono, ci passano bottiglie di Chartreuse già infiammate e assieme le lanciamo sulla folla. Amen!
Per ogni giorno/ amore e forza/ Lui mi donerà.

Cardinal Giuliani, usando il cero pasquale come un ariete, infrange la nostra barricata, travolgendo un paio di benedettini. Schivo l’attacco, afferro il calice e lo uso per manganellare un chierichetto. Francesco, salito su di una colonna, si lancia su di me colpendomi in piena schiena.
Una via aprirà!

Improvvisamente il suono delle campane.
DONG, DONG, DONG…
È mezzanotte. È… È Natale!
Grida di giubilo si spargono ovunque saturando l’ambiente devastato. Auguri, auguri! Ci si bacia, ci si abbraccia. Ci si guarda negli occhi e subito sappiamo cosa fare. Le carrozzine per disabili vengono trasformate in carriole. Ci carichiamo sopra i pezzi di panche per assemblare un’immensa tavolata. Improvvisiamo pure un mercatino davanti alla chiesa per vedere le reliquie vaticane. Col ricavato compriamo pizza per tutti e scarpe nuove per i carmelitani. Un potente rutto annuncia l’arrivo dei trappisti. Rovesciando più birra di quella che riescono a servire, distribuiscono i boccali in modo che nessuno resti a secco. Francesco siede accanto a me. Mi osserva ridendo mentre, con passione, insegno volgarità ad un gruppo di bambini.
Ci guardiamo felici, uniti nel canto di qualche canzonaccia. Balliamo, prendendoci in giro, tirandoci cibo, scambiandoci insulti gioiosi. Perché abbiamo capito. Abbiamo capito, finalmente, d’essere diventati una comunità.

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