L’arte del carino

Grazie al post precedente ho ricevuto varie critiche, alcune delle quali possono essere riassunte nella frase: “quello che hai scritto non è per niente carino.” A me le critiche piacciono. Mettono in luce aspetti che non avevo approfondito o ai quali neanche avevo pensato. Mi permettono di migliorare e creare dibattito: uno scambio di idee. Aggiungo poi che frasi come “mi piace,” o “fa schifo,” non sono vere critiche, ma un lancio d’opinioni; mi permettono solo di capire se il mio stile coincide coi gusti del pubblico.

Ma torniamo al carino e sopratutto a che cosa sia. Per non essere affatto banale lo chiedo al dizionario che, nell’epoca del web 2.0, mi mostra il video di un gattino che gioca. Ah, che bello. Anzi, che bbello! Ora che mi sento finalmente in pace con l’universo, posso domandarmi, senza timore di scadere nel polemico, se sia veramente necessario che un’opera sia pacata (e magari anche leggermente pucciosa). Vediamo… Viviamo tra melodie che cantano di come noi – sì, proprio noi! – siamo il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Corriamo tra film dove il nemico è sempre ben definito, o, al massimo, si allea coi buoni per combattere un nemico ancora più cattivo. Ci tuffiamo in libri nei quali è impossibile cogliere un senso, perché l’autore voleva comunicare (ovviamente tramite un simbolismo ermetico-freudiano) la sua incapacità a comunicare; o magari solo la sua totale mancanza di idee. Persino ciò che è trasgressivo dev’essere omologato; deve passare il test di Fazio. Ovvero deve poter essere detto dalla Littizzetto con fare insolente, facendo russare di sdegno almeno l’ottanta percento degli spettatori.

Al MAC (Museo delle Arti Confuse) vedo gente discutere, domandandosi se le opere che abbiamo davanti siano arte o mero design. Mi annoio. Esco, salgo sul tram e apro un libro. Ma non lo leggo, lo giro in ogni modo, lo esamino, lo mordo. Ha quel gusto da chewing gum. Quelle robe… sapete, quelle che hanno sapore solo per qualche istante, che poi butti, pensando a cosa masticare subito dopo. Arte o design? Ancora me lo domando. Perché, sapete, ho l’impressione che leggere questo libro sia solo uno styling del mio tempo. Un pezzo d’arredamento per la mia personalità; un orpello per abbellire i miei discorsi. D’altronde, ai tempi della crisi, non c’è più nulla di cui parlare: la scienza ha già scoperto tutto, le vere battaglie sociali sono ormai concluse, e Luna e stelle hanno esaurito il loro carico poetico già da qualche millennio. No, l’arte ai tempi dello spread dev’essere fulminea: solo il tempo di uno sguardo, solo chewing gum; solo design.

E poi eccoli, li vedo in lontananza, i disturbatori della pace. Quelli che ci fanno capire che non è stato ancora detto tutto. Quelli che combattono a colpi di vignette, di scandali, di ribrezzo. Che parlano di tutto ciò che più ci turba, per trasformare la nostra poltrona in un letto di spine. Per farci alzare, guardare intorno. Opere che ci colpiscono con la dolcezza di un pugno. Che ci lasciano per terra a soffrire, ripensando a quei concetti che ci rivoltano il cervello. Fino ad assimilarli, fino a farli diventare lentamente parte di noi, fino ad assorbire l’anima stessa di quell’opera. Di quell’opera che, effettivamente, un’anima ce l’ha.

Ma guardiamoci attorno! Siamo in un periodo storico cruciale. Tutto ciò che era usuale nel novecento sta venendo distrutto, smantellato e convertito in tecnologia. Produzione, consumazione, comunicazione, pensiero; perfino l’erotismo non è al riparo da quel fungo atomico che è diventato l’high-tech. E nel mentre, il potere è sceso al popolo, e siamo finalmente diventati regnanti. E ora ci guardiamo a vicenda, confusi, cercando qualcuno che di dica cosa fare.

La comunicazione è il punto focale. La comunicazione, quotidiana o artistica, è ciò che ci permetterà di essere un regnante degno. La comunicazione è ciò che salverà questo cervello disfunzionale chiamato popolo. E come tanti neuroni dobbiamo ramificarci, connetterci, ripetere i segnali utili e sopprimere quelli errati. E tutti quelli che si ritengono comunicatori, che pensano di essere un centro del pensiero, devono sentire questa chiamata al nuovo. Questa chiamata all’audacia, alla produzione di idee che ci permetteranno di diventare sempre più uniti, sempre migliori. Non è tempo di sacrificare i contenuti del messaggio per aumentarne la diffusione. Non è tempo di cercare successo personale, di pensare ai likes, ai gattini. Non è tempo di essere codardi.

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One thought on “L’arte del carino

  1. Considerando che spesso mi piace scrivere/disegnare/raccontare cose che lette o viste danno la stessa sensazione di una cagata in testa o di un pugno in piena bocca di stomaco (o una cagata in piena bocca di stomaco, perché no), sono d’accordo con te. Spesso e volentieri lo scandalo è voluto, serve a schiaffeggiare il pubblico per svegliarlo dal sonno in cui molte opere politically correct tutte a modino e tutte uguali ci hanno fatti cadere.

    Tra l’altro la canzone “la legge dell’ortica” di Caparezza esprime gli stessi concetti. Di sicuro la conosci.

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